Lettera agli ansiosi del blog

Tag

,

Cari tutti,

grazie dei vostri messaggi. Vi rispondo con notevole ritardo, ma come avrete ormai notato, qui sul blog me la prendo con una certa calma… 😉

Vi leggo tutti, sempre. Vi capisco. Condivido e comprendo tutto ciò che raccontate. Voglio farvi sapere che del blog e di voi mi importa, anche se non scrivo più da diverso tempo.

L’ansia abbassa terribilmente la qualità della nostra vita, è vero, e ciò è assai difficile da accettare. Ma…

Forse c’è un ma.

L’ansia è un animale strano, non è una malattia ma al tempo stesso è tutte le malattie. L’ansia è un divenire, si trasforma con noi nel momento in cui noi modifichiamo il nostro rapporto con essa. Ecco perché sempre nuovi sintomi si manifestano quando abbiamo riconosciuto e accettato i vecchi…

La convivenza con l’ansia in un certo senso ci fa crescere, ci costringe a interrogarci su noi stessi e sui motivi dei nostri malesseri.

Questo è successo a me, e quello di cui mi sono reso conto in questo viaggio interiore è che la mia vita è piena di cose inespresse, piccole pigrizie, grandi desideri che ristagnano da troppo tempo, visioni di un me che vorrei e che non sono, attese di eventi che solo io posso causare…

Quindi il materiale su cui lavorare ce l’abbiamo, io ho trovato alcune risposte ma non voglio illudervi che sia stato facile.
Purtroppo però le risposte non bastano, poi bisogna agire e trovare la forza e la volontà di metterci in discussione e far succedere le cose che nel cuore sappiamo ci fanno stare bene!

L’ansia si alimenta proprio di questa nostra incapacità, quindi dobbiamo rimboccarci le maniche per essere felici… o almeno provarci e vedere che succede 🙂

Un abbraccio
D.

Ansia, o forse panico. Quando al corpo non si comanda

Tag

, , , , ,

L’ansia, nelle sue mille sfaccettature, è la ribellione del corpo, all’ennesima potenza. E infatti il corpo mi si è ribellato, ancora una volta. Nel mio tentativo di vincere la paura di morire d’infarto, sto andando in piscina abbastanza assiduamente, e sto prendendo fiducia che forse non sono malato di cuore. In preda all’ottimismo sportivo, mi sono allora scaricato questa app: Allenamento in 7 minuti. Si tratta di una serie di esercizi, prestabiliti e cadenzati, che uno può fare dove vuole, anche in casa. Due volte al giorno. C’è una notifica che te lo ricorda.

Gli esercizi sono semplici. Almeno così credevo. Il primo è il “Jumping Jack“: saltellare sul posto allargando braccia e gambe. Lo facevamo sempre a scuola, in palestra, come riscaldamento. Niente di più facile. 30 secondi di esercizio, poi 30 di riposo (l’app proponeva 10, ma io saggiamente ho aumentato a 30). Bene, qualche mattina fa mi decido, ore undici, pausa da lavoro, vai. Prendo il tappetino, apro l’app, premo start, 3-2-1-go!

Comincio a saltare, salto, salto, salto ancora. Ma trenta secondi sono tanti. Non passano mai! Forse oltre ad alzare i secondi di riposo dovevo anche abbassare quelli dell’esercizio, mi dico. Comunque arrivo alla fine del tempo, mi fermo al fischio provvidenziale dell’app.

Ma poi succede l’inopinabile. Il cuore batte forte, certamente giacché non sono allenato. E’ normale. Il respiro è affannoso, e anche questo è normale. Ciò che non è normale invece è il fatto che la mia mente interpreta questi segnali come non normali! E allora i battiti accelerati diventano palpitazioni, il fiatone diventa mancanza d’aria, e tutto il resto vien da sé.

Si scatenano altri sintomi, a catena. Ho i brividi lungo la schiena, scariche nervose e sensazione di freddo. Ovviamente abbandono subito l’idea di continuare gli esercizi. Anzi disinstallerò subito l’app, non ne avrò più bisogno tanto sto per morire. Comincio a camminare per casa, cercando di capire come può evolvere la situazione. Il cuore batte all’impazzata, il respiro è difficoltoso, la paura sale.

Iniziano micro-contrazioni muscolari e tremori. Sono quasi contento, nella follia di quell’insano momento, dato che riconosco un sintomo dell’ansia. Dunque forse non è un infarto. Ma la mente scappa via, si prefigura scenari dal tragico finale: sono solo in casa, chi chiamo se succede qualcosa di brutto? Nessuno chiamerei, lo so, perché non voglio che mi vedano star male. Questa è un’assurdità, ma per assurdo preferirei morire. O forse dico questo perché so che è solo un’attacco di panico e non morirò?

La testa comincia a sbandare, a tratti mi sento un po’ stordito. La paura cresce repentinamente, paura di perdere il controllo del mio corpo, come se fossi vicino a una soglia oltrepassata la quale si innescherà una reazione a catena che… non so dove mi porterà. Forse all’altro mondo, forse solo al pronto soccorso. No, non voglio arrivare a questa soglia, devo resistere. Cerco di razionalizzare, di distrarmi, di ricacciare nel profondo della mente questi pensieri che generano la paura e si alimentano di essa.

Un po’ ci riesco, sento per un istante quella soglia un po’ più lontana. Ma è solo un attimo, perché i pensieri ci mettono pochi secondi a risalire. Devo combattere con me stesso, tenere sotto controllo i sintomi del corpo. E se invece mi lasciassi andare? Che succederebbe? Non lo so, e non lo voglio scoprire. Resisterò, qualcosa dentro di me mi dice che alla fine ne uscirò vivo, che sto per farcela, basta tenere a freno la paura.

Non è finita. La sensazione più brutta e nuova è senza dubbio la fame d’aria, non mi era mai successo prima. Non riesco a respirare a sufficienza, i miei polmoni reclamano più aria di quella che riesco a inspirare. Intanto cammino, dalla sala alla cucina, poi in camera, dalla camera torno alla sala. Rimango in ossessiva osservazione di tutti i sintomi in atto, che ormai si sono sommati, e impongo a me stesso di rimanere calmo. Prendo lo smartphone, vagabondo su Facebook, cerco di distrarmi con una partita a Ruzzle. Ma mi scopro sempre a fare questi respiri profondi che non arrivano mai a soddisfare il bisogno d’aria che sento. Quando finirà?

A completare il quadro, il mio cavallo di battaglia, il gonfiore addominale. Arriva non so quando, ma è lì che mi accompagna e me ne accorgo quando, tentando di respirare, la pancia non si muove, rigida e tesa com’è.

Ecco, questo è tutto, e ditemi se non è abbastanza. Una crisi d’ansia (o di panico vero e proprio, credo) scatenata da trenta secondi di attività fisica leggera. Una scarica di adrenalina che il corpo non ha sopportato, o forse che la mente ha malamente interpretato. Siamo sempre lì, nell’eterno dilemma, nel perpetuo e irrisolto conflitto tra mente e corpo. Di chi è la colpa? Del corpo che da solo produce questa adrenalina inutile? O della mente, che gli dice di farlo o non gli dà le istruzioni per gestirla?

Ma è giusto poi separare corpo e mente? Non siamo forse un tutt’uno? Forse sbaglio a pormi tutte queste domande. Probabilmente dovrei prendermi meno sul serio. Ma d’altra parte ho la netta sensazione che senza questa razionalizzazione dell’ansia che tento di fare potrei impazzire, e di sicuro oltrepasserei quella fatidica soglia oltre la quale finisce l’autocontrollo.

Infine, quando il corpo ha concluso l’escalation e il malessere si stabilizza, lasciandomi malconcio e inquieto in uno stato di equilibrio profondamente instabile, ecco che scoppia la crisi di pianto. Il cerchio si è chiuso, e io non ho la più pallida idea se ne sono uscito vincente o perdente.

Vuoi guarire dall’ansia? Dimenticati dell’ansia

Tag

, , ,

Sono sparito per diversi mesi. Mesi difficili, mesi di apnea. Mesi appesi a una decisione unica, impossibile. Giorni di incognite, eccitazione, ripensamenti, paure. Giorni che ti fermano la vita, e ti fanno sembrare di essere sospeso in mezzo al nulla. La vita non va avanti, finché non esci da questo limbo in cui hai la sensazione che, qualunque decisione prendi, tanto è sbagliata e la rimpiangerai.

Cosa c’entra con l’ansia? Tutto e niente. Niente, perché ciò che ho vissuto questi mesi non ha nulla a che fare con l’ansia. Tutto, perché l’ansia, comunque, è parte della mia vita e anche in questi momenti fa parlare di sé. O meglio, stavolta, direi proprio che non fa parlare.

L’ansia, per tutti questi lunghi e tormentati giorni, è sparita. Il Frontal è sparito. I sintomi sono spariti. Non mi importava più nulla delle gocce, dei malesseri, della paura di star male. Non hanno avuto modo di manifestarsi, giacché non c’è stato spazio per loro nei miei pensieri. Ho mangiato, bevuto, lavorato, ho fatto le cose consuete che faccio sempre, ma con uno stato di intorpidimento della mente e dell’anima, in cui il pensiero dell’ansia è stato sostituito in toto da un altro pensiero, altrettanto invasivo, altrettanto persistente.

Un pensiero fisso, ancor più fisso dell’ansia. Già perché il pensiero dell’ansia è intermittente, c’è quando compare un sintomo, arriva quando trova spazio in un momento di malcontento o di insoddisfazione inconscia o, banalmente, quando non c’è altro a cui pensare. Il vuoto richiama l’ansia. Il pieno ne rigetta la presenza, semplicemente perché spazio non c’è.

Questa grande verità mi si è manifestata con forza questi mesi che ho passato così, quasi in un film. Il pensiero latente, sempre presente in sottofondo, di quello che stava accadendo nella mia vita è riuscito a scacciare quello dell’ansia. E infatti, ora che sono uscito da quel limbo, ora che che si è ricreato un po’ di quello spazio che era stato saturato da altri pensieri, l’ansia pian piano sta riaffiorando. La sento insinuarsi tra un pensiero e l’altro, tra una notte tranquilla e un giorno così così, o tra un giorno tranquillo e una nottataccia. La percepisco.

Perché ora ho il tempo di percepirla: ho la mente un po’ più libera, e ne ho l’occasione. Semplice no? Maledizione, ci vuole dunque un qualche turbamento, duraturo e costante, per allontanare l’ansia da me?

In parte credo sia così. Ma non credo che debba essere per forza un turbamento. Anche una sensazione di gioia, di pienezza di vita, ma che sia vera e altrettanto duratura, credo che funzionerebbe. E credo che proprio questo è ciò che in fondo ci manca, a noi ansiosi.

Segnali dell’ansia: ascoltiamoli

Tag

, , , ,

Scusate. Manco da un po’. Io non mi sono fatto più sentire, l’ansia purtroppo sì. Dall’ultimo post, in cui annunciavo che finalmente ero riuscito ad eliminare gli ansiolitici, sono successe un po’ di cose.

Segnali. Sappiamo bene di cosa parliamo, i segnali che l’ansia ci manda sono i nostri malesseri, le nostre inquietudini, i nostri stati d’animo incomprensibili, tutti quei sintomi che ci fanno continuamente domandare: ma perché sto così? Ecco, questi segnali sono ricomparsi, quando più quando meno, ma me lo aspettavo. Mi conosco e dunque lo sapevo.

Sono un po’ in difficoltà a scrivere questo post, vorrei dire una certa cosa ma sento che potrei rischiare di dirne un’altra. Ecco, forse quello che mi preme puntualizzare è questo: non voglio far passare il messaggio che, fintanto che ho preso gli ansiolitici, l’ansia non esistesse, mentre dal giorno in cui ho smesso ha ricominciato a fare capolino. Non è così semplice, non esiste un prima e un dopo dal punto di vista dell’ansia. Esiste un prima e un dopo dal mio punto di vista, dal punto di vista della mia consapevolezza, del mio rapporto col mio corpo, delle mie paure. D’altronde, le ultime settimane prima di interrompere del tutto assumevo una dose talmente minima di Frontal che sono quasi certo avesse su di me un effetto placebo.

Non esiste quindi una soglia di demarcazione. Esiste casomai una soglia di percezione differente dell’ansia. Prima, mi sentivo supportato da qualcosa, il farmaco, in questa mia lotta, anche se, come ripeto, alla fine era forse più una convinzione mentale che un effetto concreto. Poi, venuto meno questo aiuto, mi sono sentito in grado di farcela da solo a tenere a bada i malesseri quotidiani, a controllare le subdole paure che improvvisamente mi assalgono se sento qualcosa che non va dentro di me. Ho vissuto così per varie settimane, di nuovo autonomo nel gestire la mia ansia, contento di essermi “purificato”. Dopo due anni e mezzo è stato un gran bel momento.

Non è durato, purtroppo. Da un po’ di giorni ho dovuto ricominciare. Ho passato una settimana infernale. Una domenica e un mercoledì in cui l’ansia ha vinto, anzi ha stravinto a tal punto che ha azzerato quelle piccole ma importanti speranze di riuscire a controllarla che faticosamente ero riuscito a costruire dentro di me negli ultimi mesi.

E c’è di più. Ora ho paura più di prima.

E’ successo una domenica pomeriggio. Una bella domenica soleggiata, in cui ho deciso di andare a fare una passeggiata, con chi non ha importanza ma non ero comunque da solo. Gli altri son partiti tranquilli, ed io pure. Il passo era spedito, e si chiacchierava. Dopo pochi minuti, io già arrancavo. Inizio di tachicardia, macigno sullo stomaco. Sentivo il panico salire dentro di me ma ho resistito. Ho tenuto il passo, un piccolo falsopiano in discesa si avvicinava. Cercavo di distrarre la mente parlando e ascoltando gli altri. Ma sul rettilineo successivo mi sono staccato, sono rimasto indietro, e alla fine mi sono dovuto fermare. Non ce la facevo. Non avevo fiatone, ma tachicardia, lo stomaco diventato come un blocco di cemento, e la consapevolezza di non potercela più fare. A camminare! Già, a camminare, semplicemente a camminare a passo veloce.

Non so dire se mi sentivo più un impedimento fisico o una paura psicologica. Sicuramente le componenti c’erano entrambe, ed entrambi molto forti. Ma certamente il tutto è stato innescato dalla componente fisica, e questo mi terrorizza, perché “si è trattato di un attacco d’ansia/panico o c’è un problema al cuore”? Siamo sempre lì, siamo sempre alla stessa questione paradossale se sia nato prima il sintomo o l’ansia.

E’ stato traumatico, e tremendamente provante, sia fisicamente che psicologicamente. E’ stato anche umiliante. Altre volte mi era capitata un’esperienza simile, stessa sintomatologia, ma in condizioni di sforzo ben maggiori anche se non impossibili: una ripida salita in montagna, ad esempio, e le scale della cupola di S. Pietro (che panico ragazzi quella volta, anche perché non potevo tornare indietro!). Ora, invece, solo camminando…

Poi c’è stato il mercoledì successivo. Altri segnali, i soliti, hanno preannunciato il peggio. Io naturalmente li ho ascoltati e accettati come sempre, pronto ad affrontare un’ennesima giornata difficile ma dopo tutto non mortale. Ma ad un certo istante della mia mattinata lavorativa, improvvisamente ho sentito salire il sangue alla testa, seguito da un senso di stordimento come se fossi stato colpito violentemente da una mazza. Ho sentito il cervello scuotersi, e il primo pensiero è stato ecco, ora esplode. Quindi è cominciato un forte e persistente ronzio alle orecchie, e un senso di smarrimento totale, ero solo in casa, non sapevo cosa fare, sarei morto di lì a poco, come minimo avrò avuto la pressione a duecentocinquanta, mi alzo, ecco ora svengo, meglio se mi stendo sul letto, ma no resto in piedi non ho le vertigini, anzi cammino un po’ per casa cerco di non pensare all’accaduto vediamo che succede.

Ho dunque atteso. Non ho potuto fare altro. Ho aspettato di sapere cosa sarebbe successo al mio corpo. L’escalation dopo un po’ si è fermata, lasciandomi alla fine vivo e, nell’incertezza dei successivi eventi, ma soprattutto in preda al panico più totale, senza esitare un minuto mi sono infilato il giaccone e sono filato dal dottore.

Pressione 152/102, tachicardia in corso sopra i cento battiti. E ci credo. E’ stato uno sbalzo di pressione dottore? Non me l’ha detto. Sono seguite le solite domande, volte a diagnosticare il mio stato ansiogeno di questo periodo (erano diversi mesi che non mi facevo più vivo, dopo tutto). Gli ho raccontato un altro episodio che mi aveva preoccupato qualche tempo prima, una raffica improvvisa di extrasistoli, mai successa prima (solo singole extrasistoli, mi venivano, e poi non ne soffro più da un paio d’anni). E’ naturalmente uscito fuori anche l’episodio dell’attacco di tachicardia durante la camminata.

Risultato? Raccontata così, questa storia sembra un incubo. E lo è stato realmente per me. Il primo risultato è che, ovviamente, il medico mi ha prescritto di nuovo gli ansiolitici, perché non ci può veder chiaro se prima non tiene a bada il mio sistema nervoso. Secondo: ho dovuto ricominciare a monitorare la pressione, non subito però ma solo dopo una settimana di Frontal. L’ho fatto, e la pressione sembra normale. Sì avete capito bene, normale, ho la pressione normale, lo voglio ripetere ancora perché sono incredibilmente contento e non ci avrei scommesso nemmeno mezzo euro. Liquidato l’episodio del mercoledì come attacco d’ansia.

Veniamo al terzo risultato, quello che riguarda il mio cuore. Ho sempre l’affaticamento facile, questo l’ho già raccontato in un altro post, e gli episodi di tachicardia mi spaventano a morte. Ma mi ha sempre spaventato di più fare gli esami cardiologici. Quello che ora mi è successo, tuttavia, è stato talmente destabilizzante che ha portato a un risultato: mi sono deciso a fare i dovuti controlli, ECG visita cardiologica ed esami sotto sforzo. Ero già deciso a farmeli prescrivere quando mi sono recato dal medico, e devo dire che la sua frase “sarei disposto a mettere per iscritto che non troveremo niente” mi ha dato ulteriore fiducia. Speriamo, speriamo, speriamo. E poi l’ho promesso a mia moglie. Ormai non posso più tirarmi indietro.

Il quarto e ultimo risultato è un nuovo, piccolo tassello che si aggiunge alla mia percezione di me, della mia mente e del mio corpo che ormai sono un tutt’uno con l’ansia. Ho sempre sostenuto che l’ansia va ascoltata e oggi più che mai sono convinto che devo imparare ad ascoltarla meglio, senza illudermi di poterla controllare, ma cercando invece di capire qual è il limite che sono disposto a sopportare, e cercare di prevenirlo. Lei di certo non si impietosisce.

1000 giorni di ansia

Tag

,

Febbraio 2011: un mese e un anno che ricorderò a lungo, perché hanno segnato l’inizio del periodo finora più brutto della mia ansia. Cominciarono allora le mie prime crisi d’ansia, quelle da pronto soccorso. E a Febbraio 2011 ripresi l’assunzione dell’alprazolam, che da allora ho sempre portato con me, presenza rassicurante e inseparabile quasi più del telefonino.

Quanto tempo è passato, e tuttavia sembra molto vicino nei miei ricordi. Se ci penso quasi ho difficoltà a realizzarlo. Eppure è ciò che è successo: da Febbraio 2011, per tre volte al giorno, tutti i sacrosanti giorni, ho ingurgitato la miracolosa sostanza, che sembra essere l’unica in grado di contrastare i molteplici e multiformi sintomi che si abbattono quasi quotidianamente su di me. Gocce e pasticche, pasticche e gocce, con un altalenarsi di dosi che andava di pari passo con il livello di ansia che percepivo…

Fino a una settimana fa.

Proprio così. Lo dico sottovoce (perché l’ansia sa ascoltare) anche se vorrei gridarlo ai quattro venti: è da una settimana che non prendo più nulla, ho smesso, niente più Frontal. Febbraio 2011 – Dicembre 2013: giorno più giorno meno sono mille giorni… Mille giorni! E quante gocce, quante pasticche, quanti grammi di alprazolam? Meglio non calcolare.

Piuttosto mi godo questo risultato, sperando che sia il più duraturo possibile. Non che l’ansia mi abbia abbandonato, state tranquilli. Anche stamattina, ad esempio, ho avuto un paio di momenti piuttosto spiacevoli, apnea e macigno sullo stomaco. La differenza è che ora sto affrontando l’ansia con le sole mie forze, senza aiuti farmacologici, il che non è poco. Non in senso assoluto, perché non sono certo l’unico, ma dopo mille giorni di dipendenza, per me questo è un traguardo. Un traguardo raggiunto con un certo ritardo devo dire… più di un anno fa infatti scrivevo che avrei tentato di smettere, ma le previsioni che feci allora sono state poi disattese. Pazienza, l’importante è che il traguardo sia alla fine arrivato.

E’ quasi Natale. Io mi sono fatto questo piccolo regalo, e a voi auguro con tutto il cuore che il Santo Giorno alle porte vi faccia dimenticare, almeno per un po’ ma speriamo il più a lungo possibile, tutte le ansie, le paure, le ipocondrie e i malesseri del corpo e della mente.

Buon Natale.